Concezione Magica del
Mondo
di Filius Lunae
(Domenico Perri)
Le tradizioni
popolari, da sempre, sono prodighe di racconti, miti, detti
sapienziali nei quali sono inserite descrizioni di pratiche
che, nella più minimalista delle ipotesi, predispongono la
persona all’accoglienza del ‘nuovo’ ovvero a vedere con
nuovi occhi gli avvenimenti. Tali tradizioni con le loro
relative pratiche lontane dall’estinguersi (cosa da alcuni
ad ogni generazione paventata o, meglio, auspicata)
attraversano, mutando pelle ad ogni stagione storica, le età
del mondo.
Non a caso,
anche se quasi inconsciamente, ho usato l’immagine della
muta del serpente: tale processo della esistenza degli ofidi
è un arcaico simbolo del continuo perpetuarsi della vita,
espressione della Dea. C’è da osservare che in ogni
concezione magica, poiché ve ne sono
diverse, la
Figura della Dea è
centrale; la pratica, in conseguenza, è l’applicazione nel
vissuto di una tale visione del mondo, come vedremo. Specie
nell’ultimo cinquantennio questo è indubbiamente suonato
come novità alle orecchie ‘occidentali’ avvezze da oltre
duemila anni a una concezione del divino monoliticamente
maschile – se non maschilista – e alla sua supposta alterità
- separatezza dal mondo.
Per gli assertori di un Dio ‘geloso’
(termine degradato anche riguardo al concetto originario che
si riscontra nel Testo biblico) Egli è distinto e separato
‘tre volte’ ovvero in modo perfetto e radicale dal mondo che
crea ad
extra.
Nell’ottica della Dea il mondo nasce da
Lei ed è sua effusione: ed è bello che nel linguaggio
d’amore si parli di ‘effusioni’! Anche nelle concezioni per le quali vi è
un Dio e una Dea, essi sono visti indissolubilmente e
dinamicamente congiunti; nell’espressione orientale hindu
questo è plasticamente illustrato da Shiva e Parvati sua
consorte e con un gioco di parole si dice ‘Shiva
senza la
Shakti è shava (=
cadavere)’.
Naturalmente ne conseguono due modi di
rapportarsi col mondo ben diversi fra loro. L’una indirizza
l’uomo a dominare il mondo o, nella migliore delle ipotesi,
a considerare gli esseri viventi non umani come ‘bestiame’
da guidare: è la visione piramidale e gerarchica; l’altra
cerca l’armonia fra le cose e considera il mondo come il
Corpo della propria madre, o se si vuole della/del propria/o
amante. Quanto ci sia bisogno di tale modo di rapportarsi
con la
Natura è sotto gli
occhi di tutti!!
Nelle Tradizioni popolari l’uomo non ha
cessato di considerarsi connesso
con la
Natura e anzi
opera affinché le situazioni della sua esistenza si
volgano al meglio per lui. A tale fine cerca con azioni
simboliche di ‘emozionare’ (dal latino ex- e movere) la
realtà: essa è vista nelle sue inesauribili possibilità.
Questo sentirsi connessi col tutto non è però inteso in
senso mistico o filosofico bensì, più prosaicamente
forse, compartecipe del ‘banchetto’, della festa e del
gioco: tutti appellativi delle feste folkloristiche
d’ogni tempo.
E’ il folklore stesso, con incantata
semplicità, a dare la cifra e il valore a questa visione
della vita che né esclude né assolutizza la scienza e le sue
applicazioni.
La ricerca ‘scientifica’ come anche la
ricerca e raccolta di erbe medicinali e magiche –
considerando la difficoltà di reperimento di un tempo -, per
esempio, è vista come un’impresa meravigliosa, a volte
anche drammatica, dove non manca mai l’afflato
poetico.
A conclusione riporto questa Fiaba della
Val d’Aosta che, come molte altre analoghe, riporta la
‘cronaca’ d’una perduta e precedente età dell’oro della
Mater Dea ‘uccisa’ con l’avvento del patriarcato guerriero e
dualista anche in senso moralistico che lascia dietro di sè
un mondo ‘arido e brullo’ (da notare che la Fata della fiaba, invece, non era né
buona né cattiva…e
si prendeva cura del lago).
“Nella conca di Prêz si possono
rilevare le tracce di un
antichissimo lago, la cui memoria si perde nel
tempo.
Neppure i più vecchi lo videro con i loro
occhi; ma, per sentito dire, raccontavano che, nei tempi dei
tempi, sulle rive ridenti d’erbe e fiori viveva in una
grotta una fata.
Con la gente non
era né buona né cattiva; ma si prendeva cura del lago, così le
acque, sempre limpide e pure, donavano piacevole frescura ai
boschi circostanti e, defluendo, irrigavano i campi e i prati,
che erano verdi e rigogliosi.
Della fata i montanari conoscevano
soltanto la voce, perché, quando era felice, cantava, ed il
suo canto dolcissimo si spandeva per tutta la vallata. Si
diceva che fosse assai bella, ma nessuno l’aveva mai
accertato coi suoi occhi, poiché la fata non voleva esser
vista ed evitava la presenza umana, spesso trasformandosi in
serpe, per nascondersi meglio.
Un giorno due pastorelli, che sedevano
tranquilli al riparo di una roccia, udirono levarsi un canto
a non molta distanza da loro.
“E’ una donna che canta”,
disse il maggiore.
“Ma non conosco nessuna donna che sappia
cantare così”.
La voce s’avvicinava. I ragazzi rimasero
immobili in ascolto, trattenendo persino il
respiro.
Quando la melodia si spense, nessuno dei
due si azzardava a parlare, per timore di rompere
l’incanto.
Ed ecco che la fata sbucò da un cespuglio,
avvolta come in manto dai lunghi capelli dorati. I
pastorelli non avevano mai visto una creatura di tanta
bellezza, né chioma così lucente, né occhi simili a quelli,
del colore del cielo specchiato
nell’acqua.
“E’ la fata del
lago!”, bisbigliò il più piccino.
“Ssssst!” lo zittì l’altro, timoroso di
spaventarla.
Troppo tardi: la fata si era accorta della
loro presenza.
Si coprì anche il volto con i
biondi capelli e fuggì verso il lago, così rapida e leggera che
l’erba non si piegava neppure sotto i suoi
passi.
Seguendo il suo primo impulso, i
pastorelli la inseguirono; ma la persero in breve di vista
e, giunti sulla riva, si fermarono, per cercare una traccia
che non poterono trovare.
A un tratto, sull’altra sponda del lago,
una grossa serpe scorsero dalle squame d’oro che brillavano
al sole. Non sapevano che ci fossero serpenti così grandi:
fuggirono spaventati, rinunciando a cercare la
fata.
Per giorni e giorni non si sentì più
cantare in riva al lago. Ma spesso chi si trovava a passare
di lì avvistava la serpe, che subito si sottraeva agli
sguardi con guizzo repentino.
Un giorno un cacciatore di Fontainemore la
sorprese mentre si sporgeva da una pietra sull’acqua per
contemplarvisi, come in uno specchio.
Era lì, immobile, senza alcun sospetto,
distesa sulla roccia, con le sue scaglie dai bagliori
d’oro.
L’uomo imbracciò il fucile e sparò un
colpo.
Colpita a morte, la serpe si lasciò
scivolare nel lago.
In breve le onde ribollirono di sangue.
Poi, lentamente, il livello dell’acqua calò. I flutti
presero a defluire nel torrente Pacolla, e di lì si
riversarono nel Lys, tingendolo di
rosso.
Con la fata serpe morì anche il suo
lago. Sorgenti fino allora abbondanti si
inaridirono all’improvviso. La conca di Prêz si prosciugò e
tutto, attorno, intristì poco a poco. Sulle rive scomparve
ogni traccia di vegetazione; lungo il declivio, non più
irrigato, il suolo si fece arido e
brullo”.
Per
approfondimenti
www.ilcerchiodellaluna.it
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