Lucernario per
viandanti ciechi
Autore:
A.N.
Email di riferimento: aquilanera93@yahoo.it
Il testo vuole
essere un invito alla ricerca spirituale, più in particolare è
una spinta sotto le acque oscure e profonde dell’inconscio.
“Lucernario per viandanti ciechi” si cimenta intorno ad una
sorta di meditazione profonda a tratti visionari, estatici.
L’arte nella sua molteplicità di forme è vista come la porta
verso una libertà di potersi esprimere, essere se
stessi…
Per la stesura del
Lucernario mi sono avvalso di stati alterati della
coscienza, sperimentando automatismi e medianità, scene
di vita onirica e visioni, mettendomi un po’ alla
prova.
Il tutto è nato da una particolare
intimità alla quale sono stato condotto da archetipi
stregonici e misteriose corrispondenze, decodificato in
poesia e musicalità.
Lucernario è anche auto-insegnamento,
volto a scavare in profondità alla ricerca della pietra
nascosta, destare il viandante cieco dal torpore e realtà
illusoria, caotica, nella quale è costretto a vivere
quotidianamente. In questo testo è presente anche una
polemica sociale, contro l’omologazione, non per altro,
certi riferimenti sono volti a stuzzicare il lettore per
una possibile presa di coscienza al fine di maturare le
proprie pure radici al di fuori della grande
serra.
Aleggia intorno alla mia testa
polvere di luce stellare. Ho scelto di essere Medium, ponte tra
il qui e l’Altrove. Abbracciare le ali della conoscenza e
lasciarsi trasportare in alto, sempre più in alto, verso la
luce. Orgasmo, seme, estasi, tempesta neuronale convoglia,
costruisci le scale a chiocciola verso il castello
dimenticato…alla ricerca di tutti i profumi, colori, sensazioni
che solleticano la mia percezione e destano antiche memorie
sepolte. Le piante rampicanti possono condurmi alla torre, un
giorno…
La spirale prende vita e balza in alto,
aiutata dalle nuvole, dal vento. Raggi solari, lunghe
braccia dorate che intercedono tra l’Io e il Dio.
La vera conoscenza non
appartiene a questo mondo…
Nel sole ardono le coscienze dei
sapienti, la conoscenza arcana che cerco è sepolta in
pilastri infuocati nascosti dall’Angelo, l’unica sapienza
che salva e suggerisce barlumi di
verità.
E’
notte,
rapaci ululano cattivi in agguato
di qualche malcapitata preda, vittima sacrificale. Eppure sono
così ammaestrati, così regali le pose, la veste coperta di
piume, i colori…attendono sugli alberi e sui tetti delle case.
Cerco così di immedesimarmi nei loro sabbatici canti, cerco la
mia lamia, anima rapace che di tanto in tanto sfugge oltre le
nubi, ogni notte so che presiede lì, nel bosco che è la mia
casa, dove vorrei giacere in eterno divenendone parte
integrante, battito cardiaco pulsante nella fitta
vegetazione.
E’ proprio perché vivo con i piedi per
terra che mi avvantaggio nello studio delle
ali.
Chi sono?
Volontà, energia, spirito, creatività
intermittente…dico questo mentre la cera della nera
candela si scioglie e pare un abisso profondo, anche la
sigaretta è consumata.
Inutile far finta di niente, vedo ombre
di iguane che si stagliano sui muri e mi osservano,
allora chiedo la simbiosi, mi sforzo di ricordare quel
potere sepolto che ripetutamente
appare…
Rilassati, le nubi del passato si
stagliano dalle vette innevate del futuro, tu sei
semplicemente ora!
Perché pensare bene o male di cosa ti
accadrà, tu stesso puoi mimare la folgore che piega in
due il tronco degli eventi, sei tu che ti agiti e spezzi,
sei tu che ti fai luce e stai nel
mezzo.
Assaggia questo confuso groviglio, il
seme astrale che emetto per i miei fantasmi addormentati,
l’erba che il non vedente si appresta a fumare...
Sforzati di vedere…ora!
Il mio ego mi rende cieco, non mi
permette di scorgere i vasti orizzonti, di scalare la
vetta.
Devo calpestarlo, forse ignorarlo?
Proseguire in silenzio, ecco l’ardua
impresa…
Vorrei che la mia anima fosse leggera,
come una piuma si librasse nell’aria, per giacere su un
letto di nuvole, leggiadra…
Il tritone si muove lentamente nella
palude, in sottofondo il gracidio delle rane, cantano il
mutamento, la vita duale…le alghe sono il
velo.
Il mio Dna è un archivio di codici di
ciò che ero, sono, sarò.
Se volto lo sguardo a rovescio
fantastico su immagini stregate, stagni e acque profonde
e malsane, fango…le alghe sono il velo.
Dovrei tornare presso le scale sospese
nel tempio alato, salire in alto verso la biblioteca
astrale, attingere dai maestri disincarnati. La
difficoltà è ergersi, tu chi esser tu? Ascoltati, sotto,
giù… note stanche cantano le creature
abissali:
“Più niente potrà placare, la mia
tristezza ormai, dopo non aver chiuso occhio e scrutato,
le interminabili lande desolate”.
Ogni affermazione ripetuta diventa un
incanto con il quale l’ebete ama baloccarsi, i tuoi
famigli sono intorno a te ma non li vedi a causa della
tua fatica nel ricordare, la corruzione terrena ti rende
così grossolano e la tua mente è profondamente obnubilata
da stravizi, dalle voci di chi cerca di distoglierti dal
cammino che ti sei preposto in
partenza…
Ascolta me! Costruisci la tua musica di
sottofondo, sarà lei a guidarti oltre la soglia, non aver
timore dei tuoi antenati.
Alzati viandante! Il fardello del
dolore accompagnerà il tuo dolente, corruttibile, mortale
involucro.
Amalo, amati, ama! Dall’amore sei nato,
dal tuo troppo amore una valle di lacrime si anima,
inonda la realtà vanificandola, soltanto un’altra
illusione…
Vidi gente strisciante, vecchie megere
possedute e case grottesche, il guscio remoto di uno
strano sigillo, sentii il tanfo che emanavano tali
strade, e di conseguenza rigettai parole alla deriva, il
fetente acido della ribellione mi teneva in piedi, vidi
un demone offeso dimenandosi per non esser riuscito nel
suo intento di corrompermi in tale maleodorante
astruseria… un giorno mi svegliai balbettando: “io e la
stregoneria”.
L’orchestra suonava il
silenzio…
Dentro di me sentivo l’entità nordica
pronunciare:
“la mente se sfruttata può diventar
caleidoscopio delle galassie”.
Leggi sincroniche assecondano l’ego,
“getta la scarpa e prosegui scalzo sotto fuochi ardenti,
ricordi il sole che ammiravi quando volesti approdare
dalla profondità acquatica alla terra? Adesso preparati a
migrare dalla terra al cielo!”
Oh Ecate! A te dedico questo inno,
suggeritomi dal mistero…
Dopo queste parole prende anima il coro
di batraci e il latrato ansimante del canetto… il suo
evocatore è un’ombra sempre presente…
Le streghe danzavano intorno allo
stregone che indossava una pelliccia e la testa di
sciacallo del Dio Anubi.
L’eco del canto delle lamie rimbombava
prepotente nella conca della vallata che fungeva da cassa
di risonanza.
Come d’incanto
Un gemito un pianto
Le urla di un fanciullo
La notte i suoi infiniti
segreti
Il silenzio nel buio più
totale
Mi assale emerge
Dal bosco come un suono
Mi rende sordo voglio
scappare
La paura può far male…
Un gufo impietrito
Un ratto si è smarrito
Una rana che saltella
Il luccicar di una
stella
Nella direzione del grande stagno si
formò il riflesso di un cerchio lunare dove vi apparve
l’archetipo, il volto terrorifico di Anar. La paura
ancestrale è scossa, il delirio la sua
conseguenza.
Il sabba era compiuto, consumatosi in
danze, fuochi, grida, sesso… Le streghe tornavano a casa
fluttuando magicamente nell’etere, cavalcando la scopa,
aprendo porte astrali con particolari sigilli la cui
origine si perde nella notte dei tempi.
Dormivano tutte in bettole tetre e
trasandate. Divinavano nel bosco selvaggio, il loro canto
sibillino era molto spesso la Fascinazione che rapiva giovani ingenui in atti
culminanti nelle più ingloriose nefandezze,
trasformandosi da vecchie indegne in giovani
leggiadre.
Il seme permetteva loro di volare
ancora una volta, di raggiungere gli arcaici
sabba.
Immagino che chi venisse iniziato a
questi misteri cercasse soltanto “colei che conserva la
tradizione”…
Mentre il serpente si morde la coda, il mago pronuncia la
formula: “silmadrak”!
L’ombra dell’evocatore si anima e parla ai serpenti del
bosco.
“Costruite pure la vostra filosofia, io rimango attaccato alle
grandi verità. Nel bene o nel male preferisco le scelte. Sono
stanco del vostro patetico lamentarvi di questo o
quello.
Io ho aperto la vostra scintillante porta proprio per dirvi
questo. Quando voi mi istigate alla violenza, e al dover
dimostrare… Non c’è nessuna gara qui, non siamo in corsa. Mi
fate compassione! Io che potrei schiacciarvi ma non voglio,
darò a voi l’esempio…
“Non c’è rivalsa, voi odiate il mio equilibrio? Io
semplicemente vi ignoro… non fatemi dover
tornare”
Detto questo l’ombra dell’evocatore chiuse la porta astrale
pronunciando la formula: “kradamlis”!
L’estasi va assaporata lentamente per poter esser
gustata…
Intanto le ombre dei matti infestano lugubri corridoi di
manicomi abbandonati, balbettando:- “l’unica manifesta tortura
è come le cose diventino maledettamente
reali”.
Simboli teriomorfi potranno comunicarti ciò che sei divenuto,
lasciati possedere, imita l’immagine remota, le risposte
galleggiano richiedendo la tua
immersione.
L’ombra dell’evocatore è posseduta da spiritelli del bosco. Il
canetto dorme…
Evocatore in trance:-
“coadiuvato semente strato di semantica oltraggiosa sincronica
sequenza… sono me stesso, nel mio complesso permanere sostengo
il complesso di forme che mi rendono
tale…
La deflagrante azione deprimente è la realtà, illusione
dissolvente, mentre gli astri curiosi
sbirciano.
Simmetria! Idolatria perpetua… sposa cosmica! Tu che
ingrandisci la mia attuale esistenza, fa che il ponte levatoio
possa collegarmi ai castelli di infinite esistenze distanti
milioni di anni luce…
Illegittima esuberanza di parole morte, prendono sfogo in
questa parvenza di luce dorata e
speranza.
Denigra la soglia blu oltremare dell’oceano in tempesta,
nascita e morte, inizio e fine, festa!”
Di come imparai a zoppicare
Ho imparato così a zoppicare. Effettivamente mi sono reso conto
di esser sempre stato zoppo, in una società dove tutto appare
saldo. Così oggi ho incontrato lo zoppo, mi sono confrontato, e
ho compreso la non differenza della mia apparente normalità,
perfezione, con la sua orrenda
deformità.
Devi guardarti dentro, sei costretto a guardarti dentro, non
c’è altra soluzione…
Così danziamo tutti, scendendo le scale a chiocciola, formando
una spirale.
Zombie, niente altro che zombie, simili ai feticci di una
santeria…
Dov’è il risveglio?
Le zavorre ci tengono ancorati alla grande
illusione…
Scavare, scavare, sempre più in
profondità…
Perché questo è davvero un cimitero vivente, non vi sto
raccontando favole…
L’ordine serve soltanto a creare un nuovo
disordine?
E’ importante adeguarsi al mutare…
Non voglio essere una cassa di risonanza vuota, che emette solo
una nota spenta, ma musica che possiede, un’insieme di colori
che brucia l’estasi, che lascia impronte su
quadri.
Ecco cosa si è dimenticato, cosa è andato perduto nel corso del
tempo, la festività, il rito…
Dunque bisogna essere buoni accordatori e sentire vibrare i
suoni dell’arcobaleno, smettere di pensare, entrare dentro
l’immagine, venire, creare.
Ecco che abbiamo arte, creatività!
Vivere=Arte
Incontrai un cane rabbioso, scappai. Divenni la preda del cane
rabbioso. Così il cane rabbioso si trasformò in un
cane-leone…
Se invece fossi stato fermo, il cane rabbioso non mi avrebbe
attaccato, o meglio ancora, se gli fossi corsi incontro,
sarebbe stato lui a sentirsi smarrito e
timoroso.
Così il sogno e il guardiano mi hanno rivelato che, vivere la
vita temendo la morte è come scappare dal
cane…
Questo offuscamento, nube nera che ossessiona la mia aura, è il
cane sepolto che dorme in ogni uomo, l’animale e l’istinto
primordiale, che non segue intelletto e razionalità, che vuole
giacere in una lussuria grottesca e crepare in estasi
infernali, tra demoni che danzano allegri e
idioti.
Forse questa nube nera è colui che è, l’assenza di pensieri, ma
anche la squallida discesa nella burella
oltremondana.
Streghe, donne di ogni sorta, gravide di perversione,
contornano il mio benessere con sguardi osceni e carezze
immonde! La luce degli elementi, il cerchio bianco, il bosco
oscuro, la notte e i suoi infiniti
segreti…
Questo è quello che chiede questo cane con la rabbia, che se
tenuto a guinzaglio sarà guidato verso altre rotte della mente,
altri mondi, con altri colori, altre attenzioni, altre magiche
e divine corrispondenze.
Il messaggio criptato nella bottiglia mi rivela di non guardare
indietro, ma andare avanti, seguire il sentiero, la via che si
è intrapreso, oltre i mari, oltre i monti, dove vuoi, dove è
scritto.
Cantato:
“La mia paura,è che
nessuno sa, quando tutti parlano, per sentito
dire”.
Così vidi l’immagine riflessa di un viandante, spirito stanco,
che si aggirava nei meandri di una torre abbandonata, d’avorio,
il viandante era un’ombra muta, rotta,
riflessa.
Questa è l’ombra che risiede nel corpo di un uomo smarrito,
chissà se la solitaria pazzia potrà farmi scorgere
luce…
Le amate coincidenze magiche sono la rottura del tempo. Le
nostre azioni fanno eco, si propagano, creano suoni, colori,
vivere è decisamente un’arte, e forse la più
difficile…
Questo è il mio rogo che arde, è eterno. La mia
vita…
Dove sono i veri maestri?
La mia anima vagabonda per deserti sconfinati alla ricerca
dell’oasi di pace, alla ricerca di quel bagno sacro, che è
purezza e nient’altro…
Solo e costretto, in più ho la possibilità di assistere alla
mia sofferenza con una lente di ingrandimento. Un desiderio
richiama un altro desiderio, ottenere, potere, e non finirà mai
questa corsa… E la saggezza? Nutrire l’anima è forse
utile?
Dove stiamo andando? Chi siamo?
Le candele sono ancora spente, ma la cera dubbiosa inizia a
sciogliersi..
La mia ombra si dimena per vie anguste, tra spettri
malinconici, salotti corrosi da schiamazzi, risate e pianti,
vita che ha attraversato secoli e che trasuda attraverso le
pareti e le note di un pianoforte tarlato. Vedo con spavento la
corsa, la vita come treno verso l’ignoto. Il treno si sofferma
un po’. Nulla è certo. Il treno riparte.
“
più niente potrà placare,
la mia tristezza ormai, dopo non aver chiuso occhio
scrutato, le interminabili lande
desolate”.
Ascolto Dolore, non voglio neanche spiegare come sono arrivato
a parlare con Dolore. E’ successo e basta. E adesso sono qui,
cerco di controllare il mio corpo, la mia mente, le mie
emozioni…cerco il Sé.
Sento il bisogno di una guida materiale o immateriale,
incarnata o disincarnata. La voce del profano urla, produce
vibrazioni che si propagano in un Tempio di
Cristallo.
Ho la sensazione che stiamo scomparendo sempre più in fretta,
diventando opache immagini riflesse.
Adesso mi sento oppresso dalla marcia del niente, il natale
fittizio, il brulichio di tante persone, l’individualismo,
l’egoismo che distrugge il sistema, le fratellanze
perdute…
La visione, un sentiero di amore, l’uomo e la donna. La
levitazione di una spada con una spirale attorcigliata, un uomo
impugna la spada, una stella irradia luce sulla Terra… Angeli
tra le nuvole stanno genuflessi, le loro lacrime si
appesantiscono, nevica.
Squarciare il velo dell’illusione non sarebbe male, è tutta una
tristezza, mentre la terra continua a ruotare intorno a se
stessa, non so ancora per quanto.
E’ anche vero che rendendoci conto dei mali che ci affliggono,
possiamo vedere il bene che abbiamo intorno, e forse lo scopo è
percorrere questa discesa e questa salita, per trovare sempre
più cose pure, preziose, celate dal velo illusorio
dell’ignoranza.
Qui sono solo nella folla, mi dimeno nel fango come un
ignavo.
Il sole mi acceca…
I glifi erano tre, mi apparvero in sogno, al risveglio scrissi
tre parole:
RICORDARE-PORTA-OPPRESSIONE
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