8. Come si dovrebbe intendere la ritualità?

OMM:

Ritualità e spiritualità sono fondamentalmente due cose molto diverse tra loro. Così come si può condurre una ricerca e una vita spirituale senza per questo necessariamente rifarsi ad un’appartenenza religiosa, allo stesso modo la ritualità - dalla semplice preghiera ripetuta, alle più diverse forme strutturate di meditazione, fino alla più complessa ritualità magica – può essere uno strumento, un mezzo, una strategia, ma non è “spiritualità” in se stessa e, anzi, se non sostenuta da una corrispondente maturità spirituale, si svuota, diventa fine a se stessa, inconcludente, pericolosa e superstiziosa.

Nell’ottica spirituale la ritualità è uno strumento transitorio di coordinamento e di centratura, ma va trascesa.

Inoltre la ritualità deve essere consapevole e funzionale, quindi sempre agganciata a motivazioni, conoscenze e contesti precisi che forniscano un senso concreto alla celebrazione rituale, che azione su di sè e sulla realtà, sulla base di precisi princípi.

È quindi importante ripercorrere sempre il “senso” del rito per applicarlo alla propria realtà, a sua volta tesa verso un allargamento dei significati ad essa attribuiti.

Facciamo quindi l’esempio di una scuola di formazione magica che propone strumenti rituali, per esempio tipici della magia cerimoniale, e che invita a forme rituali personali (purificazioni e pratiche di vario genere) e collettive (ad esempio la celebrazione in forma rituale di ricorrenze stagionali quali,  appunto, i Solstizi e gli Equinozi).

Bene. È una Via. E assumiamo che il tutto venga svolto nella più rigorosa serietà e aderisca ad un’autentica conoscenza tradizionale. In ogni caso sostengo che ogni rituale debba comunque avere un senso attuale e concreto e non può limitarsi ed essere una semplice celebrazione, interpretazione drammatica o una commemorazione reiterata e ripetuta automaticamente.

E se da una parte la propria coscienza impara l’importanza delle motivazioni tradizionali, dall’altra cerca il “senso attuale” di quel determinato momento, lo riempie di nuovi contenuti, senza i quali non solo il rituale si svuota di significato, ma è privo di efficacia, oppure “nutre” forze che sono “altro da noi” e non produce gli effetti e le energie desiderate.

In altre parole, in un determinato contesto una specifica ritualità nasce spontaneamente, con un senso: o noi ci riappropriamo di quel senso oppure è inutile ricalcare qualcosa che non ci appartiene. In una società contadina può avere un senso celebrare i ritmi stagionali, la semina e il raccolto, ma al di fuori di quel contesto, o noi rielaboriamo quelle motivazioni e ne ritroviamo l’applicabilità alla nostra realtà, oppure è meglio lasciar perdere. O noi comprendiamo profondamente le formule e i “nomi di Potenza” usati, o è meglio lasciar perdere: stiamo solo recitando una parte senza nemmeno esserne troppo convinti, diventeremo superstiziosi, nutriremo il nostro ego e disperderemo le nostre energie creando e nutrendo larve psichiche e sottili. E alla fine ecco che ci siamo allontanati più che mai dal concetto di spiritualità e di crescita.

Piuttosto che una ritualità tradizionale perfettamente curata ma mal compresa, tanto meglio una rielaborazione o addirittura una nuova ritualità personale effettivamente funzionale perchè nata da circostanze e da esigenze autentiche, sempre che sia corroborata dal corretto intento, dalla giusta motivazione e dalla piena conoscenza del “come” e del “cosa” si fa.

In ogni caso non è che la ritualità e la magia cerimoniale siano l’unica via: bisogna esserci un po’ portati, altrimenti vale la pena indagare altri percorsi, per esempio la via mistica o la via del Tao.

Tuttavia entrambi gli approcci sarebbero da considerare e da armonizzare in una visione coerente.

(Tratto dal libro “Nient’altro che Se Stessi - Incanti e Disincanti della Nuova Era” di Carlo Dorofatti)

 

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